
Dopo sette anni alla guida dell’Ufficio nazionale di Pastorale familiare della Cei, padre Marco Vianelli traccia un bilancio del cammino compiuto: dalla lezione della pandemia alle nuove sfide dell’integrazione, fino all’eredità di Amoris Laetitia e al futuro della Chiesa che riparte dall’ascolto delle famiglie
È commosso padre Marco Vianelli quando lo raggiungiamo al telefono di ritorno da Verona dove ha condotto una quattro giorni dedicata ad “Addomesticare il mondo. Quando la famiglia è luogo di educazione agli affetti e scuola di relazioni” la XXVI Settimana di studi sulla spiritualità coniugale e familiare. Dopo sette anni lascia la direzione dell’ufficio nazionale di Pastorale familiare della Cei e si prepara a guidare la Provincia Serafica di Umbria e Sardegna. «Sono stati anni intensi e profondamente trasformanti. Il lavoro con le famiglie ha sempre fatto parte del mio percorso, ma questo tempo è stato caratterizzato da una dedizione totale e da incontri che hanno lasciato segni duraturi. Ogni relazione, quando è autentica, ci cambia e rimane dentro di noi».
Perché era urgente mettere al centro il tema dell’addomesticare?
«Il tema nasce da un percorso condiviso all’interno della Consulta nazionale, che ha lavorato per un anno sull’educazione agli affetti e sulle relazioni. Da lì è emersa l’esigenza di individuare un orizzonte capace di orientare il lavoro pastorale, offrendo strumenti concreti agli operatori. L’espressione “addomesticare il mondo” è arrivata successivamente, ma intercetta bene il tempo che stiamo vivendo: un tempo che mostra tratti di “selvaticità”, in cui si avverte il bisogno di recuperare una grammatica della casa, della familiarità. Non si tratta di indottrinare o vincolare, ma di rendere lo spazio umano più abitabile, più domestico, capace di relazioni significative e affettivamente mature».
In questo senso, la famiglia torna ad essere centrale.
«È il luogo naturale in cui si impara la relazione, la reciprocità, la costruzione di legami. In una società segnata da conflittualità e violenze, è importante ricordare che queste sono espressioni patologiche della famiglia, non la sua verità. Quando funziona, la famiglia è il primo laboratorio di umanità e può davvero contribuire a costruire una società migliore».
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